Ghiaia Nera
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Un reportage fotografico lungo la Karakorum Highway
Karakoram, in turco, significa “ghiaia nera”.
Questo suono duro e imponente evoca subito immagini di paesaggi aspri ed inospitali.
Un nome così evocativo era usato dai mercanti dell’Asia centrale per indicare il Karakoram Pass, un passaggio montano a 5.540 metri di altitudine che si trova tra il Pakistan e la Cina.
Per millenni questo passo è stato un crocevia di commercianti e pellegrini, monaci buddhisti ed esploratori che seguivano la leggendaria Via della Seta, la rotta commerciale che collegava l’Oriente con l’Occidente.
Oggi, accanto a ciò che rimane di quei sentieri impervi del passato, si estende la moderna Karakoram Highway, una strada asfaltata costruita negli anni ‘60 e ‘70 del XX secolo, un’impresa ingegneristica che collega la capitale pakistana di Islamabad con la cittadina cinese di Kashgar.
Dal Passo Khunjerab, sul confine cinese, scivola verso sud, arricciandosi e distendendosi attraverso territori di dimensioni mitiche, quasi inseguendo il corso del fiume Indo che scorre sotto di lei a tratti placido, a tratti violento.
Lungo questa strada, insieme a due amici, ho iniziato il mio viaggio lungo la Via della Seta. Un tratto minuscolo paragonato alla sua totalità.
Dopo esserci riuniti nella coloratissima Lahore, abbiamo raggiunto Abbottabad, nostro punto di partenza per risalire la Karakoram Highway verso il confine sino-pakistano.
L’obbiettivo era trovarsi faccia a faccia con la porta del confine cinese sul passo Kjunjerab per poi fare dietrofront e riscendere a sud.
Mi attraeva l’idea di incontrare chi continua a vivere in quei luoghi consumati dalla storia nella speranza di dare risposte a molte domande fragili che avevo in testa.
Il Pakistan che ho attraversato è solo una minima porzione di un Paese tanto complesso quanto vasto, una terra intrisa di dinamiche e realtà sociali distanti, che io ho solo sfiorato.
Quel poco che ho potuto conoscere è bastato a convincermi della meraviglia e della selvaticità di questa terra, dove le persone sono ruvide e ostiche come le vette che dominano le loro terre. Ma se si è preparati e fiduciosi, si può intravedere il sentiero che conduce alla conquista della loro amicizia.
Non posso dire che il mio sia stato un viaggio facile.
Più risalivo il corso dell’Indo, più percepivo la forza di una corrente invisibile fatta di sguardi: fessure che mi scrutavano con curiosità, sorpresa, talvolta disprezzo.
Chilometro dopo chilometro, scorgere il profilo di una donna è diventato un miraggio e la mia presenza si è fatta sempre più pesante. Solo in poche occasioni sono riuscita ad addentrarmi nei villaggi, scoprendo mercati e bazar fermi nel tempo. Quando l’incertezza su come sarei stata accolta prevaleva tra i miei compagni di viaggio, ho trascorso buona parte del tempo documentando ciò che riuscivo a osservare dal sedile posteriore della nostra berlina.
La macchina, che inizialmente mi era sembrata una barriera limitante al mio lavoro di reportage, si è trasformata in un dispositivo attraverso cui affacciarmi su scorci della realtà quotidiana che scorreva lungo quella strada. Con il finestrino sempre abbassato, divenuto la quinta per eccellenza di questa serie di scatti, ho colto la messa in scena di una realtà che reagiva alla sorpresa di una presenza femminile.
Io stessa sono diventata oggetto di interesse per quegli uomini avvolti nelle loro mantelle che, sorpresi dalla mia vista, si fermavano di colpo lungo la via e, con il solo sguardo, riuscivano a comunicare il loro stato d’animo nel vedermi.
Man mano che ci avvicinavamo al confine cinese, avevo la sensazione che davanti al mio obiettivo stesse scivolando un mondo più lontano nel tempo che nella geografia.
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Skardu, 2.228 mt.
Arriviamo a Skardu di notte, dopo giorni di viaggio.Contrariamente alla regola imposta dal nostro autista, Mr. Gilani, abbiamo viaggiato per diverse ore anche dopo la preghiera del tramonto, quando il sole era ormai calato.
Ancora una volta il buio ed il silenzio in cui siamo immersi ci fanno sentire smarriti nel nulla, solo le rocce continuano a brillare nell’oscurità: non riescono a celare le loro guglie innevate nemmeno in una notte senza luna.
Iniziamo a respirare l’aria fredda di montagna.
Al mattino scopro che l’elettricità del nostro appartamento è troppo debole e le batterie della mia macchina fotografica non si sono ricaricate. Inserisco un rullino nella mia analogica ed usciamo ad esplorare il luogo.Rimaniamo sorpresi: Skardu è una cittadina viva, brulica di gente che entra ed esce da piccoli empori improvvisati, motociclette e camioncini scorrazzano per le vie, molti ragazzi in tre su una moto, rallentano per osservarci ma nessuno sembra sorpreso o basito dalla mia presenza.
Camminando per le sue strade polverose, ovunque si notano murales dai colori vivaci, ritratti di simboli patriottici e di scalatori che sono riusciti nelle loro imprese alpinistiche. Questo è l’ombelico del mondo per gli scalatori: da qui si parte per arrivare al campo base del K2 e del Nanga Parbat.
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Troviamo il mercato: è vivo, brulicante di gente che scarica e carica merce.
Alla vista delle mie macchine fotografiche mi sorridono e qualcuno comincia a indicarmi chi fotografare o mi mostra la bellezza dei suoi prodotti, altri mi sorridono sdentati e si mettono in pose sgraziate senza però darmi il tempo di mettere a fuoco che già hanno cambiato posa.
Quando scatto queste foto alle spalle ho l’intero mercato divertito e agitato da questo set improvvisato. I commercianti di angurie che stavano scaricando i frutti, si sono fermati e osservano incuriositi il loro compagno da sopra i camion.
Un paio di loro infatti hanno preso in mano la situazione e hanno spinto davanti al mio obiettivo forse il più timido di loro, che finisce per rimanere inerme a guardarmi con gli occhi che brillano, felice ma incerto.
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“Mr. Gilani please stop here now!” urlo al nostro autista.
Eravamo ripartiti da poco lasciandoci Skardu alle spalle quando vedo quel ragazzo in piedi accanto ad una moto gialla, fermo in una piazzola sul ciglio della strada.
E’ mattina e ci siamo rimessi in viaggio da circa venti minuti.
Mr. Gilani non ha ancora perso la pazienza, non mi contraddice e si ferma di scatto accanto a quella moto. Salto giù dalla macchina mentre lui, già a cavallo della moto, sta per dare gas.Alzo la mano e gli indico la macchina fotografica. Dentro
di me temo di innervosirlo e spaventarlo, prego che non mi dica no.
Lui stupito ma tranquillo mi guarda e fa cenno con la testa.
Posso fotografarlo.
La sua posa è elegante come quella di un attore hollywoodiano di altri tempi.
Resto in apnea e scatto. Giro la pellicola tre volte.Poi lo ringrazio portandomi la mano destra sul cuore, come si usa da queste parti.
Mi dice qualcosa e mi traducono che mi sta ringraziando di cuore, ne è onorato.Mi accorgo di quanto il suo volto si sia addolcito da quando mi ha visto scendere dalla macchina ad ora. I suoi occhi, prima minacciosi e guardinghi, adesso sono docili e grati.
Chissà cosa ha pensato. Accenna ad un sorriso cercando di contraccambiare il mio ma percepisco quanto gli sia innaturale tirare gli zigomi in quel volto così serio.
Poi dà gas e accelera in direzione di Skardu.
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Karimabad, Hunza Valley 2.438 mt.
Quando la guida Hazeeb si gira a guardarci dal sedile del passeggero i suoi occhi sono eccitati:
“Guys, finally we are driving in the Hunza Valley!
Alma, you can do whatever you want here!”Hunza è una terra molto più moderna rispetto a tutto il resto del Pakistan, una parentesi religiosa dove la maggioranza della popolazione è ismailita.
L’Ismailismo è una branca dell’islam sciitia caratterizzata da un’interpretazione progressista con una forte enfasi sull’educazione, la giustizia sociale e la coesistenza pacifica.
Per secoli questa valle è stata un crocevia fondamentale lungo la Via della Seta, dove commercianti e pellegrini si fermavano attratti dalla sua bellezza e dalle sue risorse. Sono molte le leggende su questo posto che narrano di un luogo mitico, un regno nascosto tra le montagne che ha da sempre attratto viaggiatori e studiosi. La più famosa è quella che ricollega Hunza al paradiso perduto di Shangri-La, descritto nel romanzo di James Hilton “Orizzonte perduto”. Si dice che la valle di Hunza fosse una terra di eterna giovinezza e salute, dove gli abitanti vivevano per oltre cento anni grazie alla purezza dell’acqua e dell’aria. Questa ed altre leggende rendono ancora più misteriosa e fascinosa questa valle, un luogo ricco di storia e mitologia.
Passo Khunjerab, 4693mt.
Abbiamo raggiunto il confine.
Siamo arrivati faccia a faccia con la frontiera cinese e siamo rimasti lì davanti a guardare quel portale mastodontico di cemento dal chiaro richiamo della Città Proibita con affissi alcuni scintillanti caratteri cinesi in oro.
Non mi ero posta la domanda di come potesse essere il confine tra Pakistan e Cina e l’apparire di quella porta massiccia nel bel mezzo di una coltre bianca, dispersa nel nulla mi ha fatto sorridere: era come se quella costruzione monumentale pretendesse di incutere timore, di porsi come ostacolo invalicabile, lassù tra tutte quelle gigantesche cime che invece la facevano apparire una piccola torretta smarrita nel bianco accecante della neve.
A presidiare la fine della terra pakistana, soltanto un uomo con un vecchio kalashnikov a tracolla, felice di vedere qualcuno con cui potersi vantare del suo oggetto. Sul lato cinese, invece, nemmeno un'ombra in movimento, sembrava deserto.
Questa è l’unica foto abbastanza visibile che sono riuscita a sviluppare. Il rullino scattato lassù mi ha serbato un segreto fino al giorno in cui lo ho sviluppato: la pellicola si è rivelata completamente alterata solo nei frame scattati là, ad oltre 4.600 mt. Un mio collega ha ipotizzato la presenza di campi magnetici in quelle zone. Per quanto sia una spiegazione intrigante e misteriosa, preferisco vederla come un piccolo scherzo del destino.
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Cercando di stare al passo dei miei compagni che stanno scendendo tra le rocce diretti al ponte, camminando con lo sguardo sui miei piedi, concentrata a non perdere l’equilibrio quando, per poco, non mi scontro con lei che, lentamente, sta risalendo in senso opposto.
Mi blocco disorientata, mi scuso in italiano, poi metto a fuoco la situazione: davanti a me c’è una donna con un fascio di legnetti sulla schiena che sta risalendo la collina. Ci guardiamo per un lungo istante. Anche lei sembra stupita.
Mi sembra elegantissima, rimango affascinata dai capelli intrecciati e quel copricapo colorato. Anche lei non distoglie lo sguardo da me ma mi osserva come se stesse riscoprendo quanto è cambiato il volto di una sua vecchia amica.
E’ come se ci riconoscessimo.
Ci scambiamo un sorriso.
Quindi io alzo la mia macchina fotografica e con la mano destra mi indico il volto: tento il tutto per tutto, la trovo bella, voglio fotografarla.
Lei fa un cenno con la testa e senza cambiare posa aspetta che le scatti una foto.
Non ero pronta a questo incontro inaspettato.
Scatto due volte, incredula di avere un volto femminile davanti a me.
Chissà se verrà qualcosa, la luce è bassa, siamo al tramonto e per giunta in un cono d’ombra!
Poi mi porto la mano al cuore per salutarla, lei fa altrettanto e prosegue a risalire mentre io la guardo incredula portare sulla schiena quel carico di legna.Mi giro e vedo a valle, in lontananza i miei compagni che sono già scesi al ponte sospeso di Passu.